01.08.2006 – Martedì – 1°
giorno
Italia – Cairo - Bangkok
Potrei non dire molto di
questa giornata passata fra un aeroporto e l’altro, ma per me il viaggio inizia
non appena arrivo all’aeroporto a fare il check in.
Eccomi, alle 6:00, in
perfetto orario, incontrare Federica; ha sonno quanto me, è già stravolta, anche
se dobbiamo affrontare tutte quelle ore di volo!
Iniziamo a raccontarci mille
esperienze di viaggio e non solo, facciamo subito amicizia, ma ogni parola, ogni
frase detta, alimenta sempre più la curiosità nella conoscenza degli altri
ragazzi.
Incontriamo Riccardo, Tania
e Emanuela a Fiumicino, prima degli altri e alle 14 siamo già quel bel gruppetto
che appassionatamente girerà per l’Indocina per ben 27 giorni!
Poi arriviamo al Cairo... Ma
che aeroporto! E’ incredibile, sempre di rimanere davvero prigionieri nella
terra di nessuno; cogliamo l’occasione per eleggere Claudia come nostra
cassiera, per aprire la cassa e per discutere un poco l’itinerario – o meglio,
esporre l’itinerario!!!
02.08.2006 – Mercoledì – 2°
giorno
Bangkok
Arriviamo nel primo
pomeriggio a Bangkok, dopo una lunga e quanto meno interminabile nottata in
aereo.
Passiamo il controllo
passaporti per il visto, che non si paga e subito a prendere i bagagli.
Io cerco subito un cambio,
tanto il tasso è quello interbancario.
Cerco di andare a confermare
i biglietti della Bangkok Airways per la tratta Luang Prabang – Bangkok,
prenotati su internet sabato pomeriggio, previa accettazione di tutti i
personaggi, ma non vogliono accettare i miei soldi, preferiscono estendermi la
preprenotazione fino al giorno prima... Meglio! Almeno abbiamo più tempo per
pensare se vogliamo davvero prendere l’aereo!
Cerco gli uffici della Egypt
Air, ma sono momentaneamente chiusi, quindi effettuo la riconferma dei voli
direttamente in hotel.
Usciamo dall’aeroporto già
stremati (stanchi, stanchi e non abbiamo ancora fatto niente!!!) e andiamo
subito a prendere il primo mezzo pubblico che ci porta in centro città, un
fantastico treno di terza categoria; all’interno troviamo di tutto, galline,
buste della spesa e mille sorrisi della gente che ci guarda un poco stranita.
Il nostro albergo è vicino
alla stazione, in posizione strategica per la levataccia dell’indomani.
La stazione di Hualamphong è
uno dei primi e più rilevanti esempi di struttura art decò thailandese,
costruita da architetti e ingegneri olandesi poco prima dello scoppio della
prima guerra mondiale.
Ci ritiriamo in albergo e ci
diamo appuntamento alle 20:00 per la prima vera cena di gruppo.
Io esco con Laura per una
prima visita della splendida Bangkok, per iniziare ad assaporare l’estremo
oriente.
Ci perdiamo fra i vicoletti
del mercato di China Town; c’è davvero di tutto, ma ciò che attira di più la
nostra curiosità è la varietà e la stravaganza del cibo che si trova appeso
ovunque, bollito, fritto, cotto in qualunque maniera in mezzo alle variopinte
bancarelle che vendono, almeno così sembra, generi commestibili.
Bisognerebbe provare di
tutto, avere davvero il coraggio (perchè è così che si chiama!!!), di
rimpinguarsi sgranocchiando chissà cosa!
China Town è una meraviglia,
merita davvero una visita, anche veloce, ma ci si deve andare!
Visitiamo anche il Wat
Mangkon Kamalawat, uno dei più vasti templi di Chinatown; all’interno si respira
un’atmosfera di quiete spirituale e i sorrisi dei monaci sono un invito davvero
unico alla visita di questo tempio.
La sera ci ristoriamo in un
grande e pulitissimo ristorante di China Town, non ancora pronti, o almeno non
del tutto, a divorare cibarie varie attorno ai tavolacci di una bancarella di
mercato.
C’è chi ha la forza di
andare a Pat Pong, ad ammirare la vita notturna, chi, come me, si ritira,
sprofondando nel tanto desiderato letto!
03.08.2006 – Giovedì – 3°
giorno
Bangkok – Aranya Pratet –
Poipet - Siem Reap
Oggi levataccia! Alle 05.55
parte il treno per Aranya Pratet, frontiera Thailandia – Cambogia.
L’appuntamento è alle 5:30
alla stazione; io infatti ci vado prima a far la fila per prendere i biglietti.
Il treno è simile a quello
preso il pomeriggio precedente, di terza categoria, senza posti preassegnati.
Il viaggio lungo e il
paesaggio circostante, sebbene bello ed interessante, dopo 2 ore inizia ad
essere un poco ripetitivo...
Alle 11:40 siamo ad Aranya
Pratet, una stazione davvero in mezzo al nulla, o meglio in mezzo ad orde di tuk
tuk pronti per darti uno strappo fino a Poipet...
Prima contrattazione e via,
carchi di bagagli raggiungiamo in meno di dieci minuti la vera frontiera.
Come ogni posto di frontiera
che si rispetti, c’è un mercatino, dove si vendono le cose più assurde, una
banca e l’ufficio, dove la burocrazia la fa da padrone.
Attendiamo il nostro turno,
ci facciamo fare il timbro di uscita dalla Thailandia e poi di nuovo una
passeggiata fino all’ufficio visti cambogiani, dove ci attendono delle
comodissime sedie che proveremo per una mezz’oretta.
Preso il visto, utilizziamo
un meraviglioso bus gratuito, che ci porta a timbrare il passaporto (almeno
altri tre quarti d’ora) e con lo stesso bus gratuito, andiamo al terminal (se
così vogliamo chiamarlo) dei minivan per Siem Reap.
Piccola scorta di provviste,
visto che non abbiamo ancora pranzato e visto che non sappiamo assolutamente
quanto ci metteremo!
Nuova contrattazione e alle
14:45 circa siamo sul minivan, stipatissimo di uomini e bagagli, pronti per
affrontare quegli incredibili 155 km di strada in terra rossa fuoco tutta
butterata.
Si salta, ci si arrabbia per
le testate/culate che si continuano a prendere, soprattutto nelle file
arretrate, ma il tragitto è di una bellezza mozzafiato, ricco di vegetazione, di
un verde così acceso da fare male agli occhi, disseminato qua e là da baracche
in legno, dove ci vivono famiglie intere.
Per nulla al mondo mi sarei
persa questo tragitto e per nulla al mondo lo perderei se ci dovessi mai
tornare.
Anche questa è Cambogia,
anche la strada piena di buche, anche i 155 km percorsi in meno di sette ore,
anche la povertà che queste terre trasudano, anche il pantano che si trova
durante il tragitto, anche il minivan che arranca, perchè le sospensioni hanno
visto questa strada un pò troppe volte, anche il traduttore, che si è fatto
tutto il tragitto in piedi, perchè quello è il suo lavoro, perchè l’inglese gli
ha dato questo incredibile lavoro!
Alle 21:30 siamo finalmente
a Siem Reap: dobbiamo insistere davvero tanto per farci portare al nostro
albergo, perchè. Come quasi sempre ci capiterà, ci vogliono far alloggiare in
una altro posto.
La Sok San guest House ci
pare davvero un poco troppo spartana, ma siamo stanchi per cambiare, ci
dirigiamo all’Arun restaurant, dove proviamo le prelibatezze della cucina
cambogiana, fra cui un buonissimo amok e poi subito a nanna, domani ci aspetta
l’alba al Bayon!
04.08.2006 – Venerdì – 4°
giorno
Siem Reap – Piccolo
circuito Angkor – Siem Reap
Piccola parentesi: noi ci
siamo affidati all’incompetenza del nostro albergatore, che ci ha fatto
attendere fino alle 5:45 per partire, sebbene avessimo concordato le 5!!!
Pertanto la sveglia alle 4:00 si è resa davvero vana.
Comunque sia, partiamo e
dopo aver fatto il biglietto, procedura un poco lunga, visto che ci appiccicano
la fotografia e poi ci fanno la plastificazione, entriamo nel sito di Angkor,
con il nostro pulmino; intravediamo con lo sguardo la potenza e la maestosità
dell’Angkor Wat, ma non ci fermiamo, continuando verso l’Angkor Thom, seguendo
alla lettera il Piccolo circuito.
I templi di Angkor sono una
delle grandi meraviglie del mondo e assumono dimensioni davvero monumentali;
essi non sono altro che lo scheletro sacro del vasto centro politico, religioso
e sociale dell’impero khmer che si estendeva dalla Birmania al Vietnam.
Ricordatevi che tali templi
sono il cuore e l’anima del regno di Cambogia, sono fonte di orgoglio personale
e fonte di ispirazione.
Il complesso dell’Angkor
Thom, o città grande, occupa un’enorme area quadrangolare, tutto
circondato di mura, di cui ogni lato è lungo 3 km; si stima che al culmine della
sua ricchezza e del suo potere fosse in grado di ospitare addirittura 1 milione
di abitanti! Il suo fondatore ed architetto fu il re buddista Jayavarman VII
(1181 – 1220).
La struttura di maggior
interesse e fascino del complesso è rappresentata dal Bayon,
con i suoi 216 volti che ti guardano da ogni lato, infondendo un’idea di potere
e controllo, il tutto accompagnato dall’umanità degli sguardi di questi giganti
di pietra e dalla pace dell’incenso dei molti monaci buddisti che vivono al suo
interno.
Sul complesso dell’Angkor
Thom ci sarebbe da scrivere ancora, come si potrebbe dedicare ancora più tempo,
ma come sempre, bisogna proseguire, sperando che il ricordo sia forte da poter
lasciare negli occhi lo splendore appena osservato.
Nei siti minori che troviamo
all’uscita della città fortificata dell’Angkor Thom prima di giungere al Ta
Prohm, abbiamo avuto la fortuna di vedere i restauratori all’opera, con la loro
bravura e la pazienza nella precisa ricostruzione delle strutture divorate dalla
natura.
Il Ta Prohm,
o “antenato di Brahma”, sempre fatto costruire da Jayavarman VII come
consacrazione al buddismo, è forse la struttura più affascinante che
nell’immaginario comune ci si ricorda quando si pensa alle rovine di Angkor.
Ciò che rende così speciale
questa struttura, è l’insolita, ma apprezzabile decisione degli archeologi di
non eliminare completamente gli enormi baniani e gli alberi di kapok, lasciando
che le loro pittoresche radici si attorciglino agli architravi e si insinuino
nelle crepe delle volte e dei corridoi, conferendo al complesso il fascino della
continua riscoperta delle rovine; tutto il complesso di Angkor doveva
presentarsi così agli occhi di Henri Mouhot nel 1858, di padre Bouillevaux nel
1846, del viaggiatore portoghese Diego do Couto nel 1550, del monaco portoghese
Antonio da Magdalena che scrisse della sua visita ad Angkor Wat nel 1586, del
pellegrino giapponese del XVII secolo che disegnò la pianta particolareggiata
dell’Angkor Wat o di chiunque “riscoprì” davvero Angkor!
La nostra giornata continua
nella visita delle rovine e, fortunatamente, il sole ci ha accompagnato fino al
penultimo tempio, dove abbiamo preso un potente, ma rinfrescante temporale.
Alle 16:30 usciamo esausti
dal complesso e, dopo aver cambiato un pò di euro ed aver mercanteggiato per
strappare un buon presso per i biglietti dell’aliscafo per Phnum Penh, ci
portiamo esausti verso la nostra Guest House.
Dopo una doccia e un mezzo
riposino e solo dopo la sana contrattazione della sera con quattro tuk tuk, ci
dirigiamo verso l’old market per cenare al Texas, uno dei ristoranti più
turistici di Siem Reap, ma del resto, bisogna accontentare tutti!!!
05.08.2006 – Sabato – 5°
giorno
Siem Reap – Grande
Circuito Angkor – Siem Reap
Oggi ce la prendiamo un poco
più con calma, partiamo alle 8:30.
La giornata inizia con l’Angkor
Wat; le mie sensazioni di fronte a questo maestoso tempio, diventano
sempre più forti mano a mano che mi avvicino al complesso; mi sento prendere
dall’agitazione e dalla voglia sempre più frenetica di arrivare, la pelle d’oca
in tutto il corpo, una sensazione inconsapevole, quasi di paura di non riuscire
ad arrivare in tempo per “vedere con i miei occhi” e poi, eccolo lì, assieme
alla mia indescrivibile gioia, con quasi le lacrime agli occhi...
E in quel momento è come se
fossi da sola di fronte al divino, per un attimo si spengono tutte le sensazioni
umane, collassano spazio e tempo, e si è come fluttuante in solitudine e in
completo e pacifico silenzio di fronte all’indescrivibile sacralità
dell’universo.
La costruzione dell’Angkor
Wat è iniziata durante il regno di Surayavarman II (1112 – 1152) per terminare
poco dopo la sua morte; si dice sia stato fondato come tempio indù dedicato al
dio Shiva, ma si ritiene anche che dovesse fungere da mausoleo per Surayavarman
II.
Il fossato che circonda
l’Angkor Wat è largo 190 m e forma un gigantesco rettangolo di 1.3 km
per 1.5 km; la parte
esterna della struttura è completamente ricoperta da una straordinaria serie di
bassorilievi che hanno un’estensione di 800m.
David Chandler sostiene che
le dimensioni dell’Angkor Wat siano proporzionali alle quattro ere della
filosofia classica induista; il visitatore che giunge a questo straordinario
tempio percorrendo la strada rialzata che conduce all’ingresso principale,
attraversando i cortili fino alla torre centrale, compie metaforicamente un
viaggio a ritroso nel tempo fino alla creazione dell’universo.
Anche se dedicaste un’intera
vita stando seduti in cima al Santuario centrale, immersi nelle vostre
indescrivibili sensazioni, in completa unione con l’Angkor Wat, continuereste ad
avere quella terribile sensazione di non avere visto tutto, di dover vedere
ancora molto; forse il motivo risiede proprio nel simbolismo che si cela dietro
a questa incredibile struttura, rappresentazione metaforica dell’universo e di
ciò da cui si arriva e a cui si torna, ciò che l’umano non potrà mai comprendere
fino in fondo.
Fuori dall’Angkor Wat, nel
fossato, tre bimbi stanno giocando nell’acqua con un piccione; è tempo di andare
è tempo di lasciare l’Angkor Wat, sforziamoci, continuiamo il grande circuito.
Continuiamo verso il
Preah Khan, il tempio della “spada sacra”, costruito da
Jayavarman VII nello stile del Bayon e nel quale regna un’atmosfera quasi magica
di completa comunione con la natura.
Al termine della visita di
tutti i templi del Grande circuito, costeggiamo ancora l’Angkor Wat per un
ultimo saluto.
Sono le 18:30, ci facciamo
lasciare nella zona dell’old Market per un “massaggio orientale” di gruppo!
Concluso il massaggio ci
dirigiamo verso la nostra tanto odiata Guest house e ceniamo al Soup Dragon;
provate assolutamente il Volcano!
Poi, con la gioia negli
occhi e la pancia piena, sano ed agognato riposo.
06.08.2006 – Domenica – 6°
giorno
Siem Reap – Phnum Penh
Partiamo alle 5:30 con il
pulmino dell’agenzia direttamente dal nostro albergo, per arrivare a 5 km
dall’imbarcadero, dove l’autista, non riuscendo più a sterzare, si ferma per
chiedere aiuto.
Purtroppo il tempo è poco e
l’aliscafo sta per partire... Che fare? Non possiamo mica permetterci il lusso
di aspettare l’altro bus e perdere il passaggio!!!
In lontananza un camioncino
scoperto, completamente vuoto nel posteriore, la nostra salvezza!!!
Lo fermiamo e gentilmente si
offrono di darci un passaggio; salgo, e... cos’é questa strana e fortissima
puzza e quel liquido di colore rosso cosparso in tutto il camion? I ragazzi si
bloccano e mi dicono “Simo, ma c'è del sangue”... Io: “si, ma è solo di pesce,
tranquilli...”
Saliamo, tenendoci uno
all’altro, in piedi, con gli zaini... Che figata! Che grande trasporto
pubblico!!!
Ringraziamo enormemente i
due ragazzi lasciandogli 4000 riel e poi via di corsa all’aliscafo dove per poco
non prendiamo quello per Batdambang!
Ci posizioniamo chi dentro,
chi fuori sul posteriore e ci godiamo l’alba con la splendida vista del
villaggio galleggiante di Chong Kneas, un gruppo di case di legno e paglia
ancorate a 10 chilometri dalla costa, che secondo l'andamento della maree si
sposta e cambia sede, come gli altri sessanta
Questo, come gli altri
sessanta piccoli insediamenti disseminati lungo le coste del lago sono abitati
da alcune famiglie d'origine Cham, molte delle quali di religione musulmana,
originarie del Vietnam del Sud.
L’insediamento risale ormai
a parecchi secoli fa ed è anch’esso stato teatro delle atrocità perpetrate
dall’esercito dei Khmer Rossi tra il 1975 e il 1979, che ne hanno decimato i
nuclei familiari.
Fra le case, in parte
sostenute da palafitte e in parte galleggianti, la vita segue i ritmi di sempre:
uomini e donne si lavano, le ragazze fanno asciugare i lunghi capelli neri sulla
riva, le massaie cucinano, i gatti e i cani sonnecchiano al sole, un vecchio
zappetta il suo orto galleggiante e poi moschee, templi buddisti, negozi,
caffé, minuscoli ristoranti e dispensari.
Vi sono anche alcuni
allevamenti di pesci collegati da passerelle al retro delle case; più oltre c'è
il "Freshwater Fish Exibition", un'ampia struttura con acquari e vasche fatte di
reti dove guizza un numero incredibile di pesci.
E poi compare il Tonlè Sap
nella sua immensa grandezza, il “polmone” idrico da cui dipende l’andamento
dell’agricoltura e della pesca.
Ciò che ha di incredibile
questo lago, oltre alle sue dimensioni che passano da 2500 kmq e a 2 m
di profondità nella stagione a circa 8000 kmq e a ben 14 m nella stagione delle
piogge, è che nel periodo del monsone sud-occidentale il volume del Mekong
costringe il Tonlè Sap a retrocedere, finche non inverte il suo corso,
dirigendosi a nord e riversando nel lago grandi quantità di acqua dolce e di
ricchi sedimenti; quando il corso si rinverte, i cambogiani festeggiano il Bon
Om Tuk.
Il tragitto è davvero lungo
e il rumore del vecchio aliscafo davvero assordante, ma il paesaggio è di un
rara e incredibile bellezza.
Si passa dagli insediamenti
Cham, alla sensazione di essere in mare aperto, nulla all’orizzonte e grandi
onde, poi le montagne ed una fitta e verdissima vegetazione, per poi entrare a
Phnum Penh attraverso la sua baraccopoli galleggiante dopo ben 7 ore di
traversata!
Sbarchiamo, i nostri bagagli
vengono buttati incustoditi sul molo e purtroppo, c’è chi è più veloce di noi;
lo zaino di Emanuela non si trova più!
Tre tuk tuk dell’albergo che
avevo prenotato telefonicamente il giorno prima ci vengono a prendere e ci
portano nella meravigliosa zona del Boeng Kak, il lungolago dove quasi tutte le
pensioni sono costruite in legno sopra le acque dell’omonimo lago, davvero
delizioso!
Usciamo subito, lasciamo un
messaggio al gruppo dell’Indocina, sperando che abbia per sbaglio preso il
nostro bagaglio (ma invano...) e ci dirigiamo allo Psar Tuol Tom Pong, il
mercato russo, dove Emanuela si “rifà – forzatamente - il guardaroba”.
Al ritorno, Tania e Laura mi
accompagnano al mio regolare appuntamento con la “sana contrattazione”, per
definire il mezzo di trasporto che l’indomani ci accompagnerà nel giro della
città.
E in aiuto ci viene un
italiano, davvero un personaggione, in viaggio da solo, ma sempre contornato da
ragazze, birra e fumo; ha le idee molto chiare e fra un baccagliamento e
l’altro, con tutte e tre, qualche birra e qualche “sigaretta speciale”, ci
presenta un suo amico cambogiano, che ci offre un prezzaccio per quattro tuk tuk
a nostra disposizione per l’intera giornata! Grazie!
La ventata di allegria che
ci ha dato il fattone (soprannominato da Tania “lo spaccafighe”), purtroppo
viene subito spazzata via dalla notizia della morte della nonna di Claudia.
Cerchiamo di consolarla, poi
assieme andiamo a cena sul lago, dove le luci della sera amplificano la bellezza
del luogo e dopo una sana degustazione di squisitezze cambogiane, tutti a nanna,
stremati.
07.08.2006 – Lunedì – 7°
giorno
Phnum Penh
Sveglia ovviamente presto,
da vero “Alba discovery” e alle 6:30, già colazionati, siamo pronti per gustarci
Phnum Penh, assieme alla sua storia, architettura e vivacità dei mercati.
Dopo un poco più di un’ora
di buche in una strada sterrata davvero bella con scorci sulla quotidianità del
popolo cambogiano, arriviamo ai Killing Fields; abbiamo
percorso la stessa strada che le vittime dei khmer rossi facevano bendati, nei
camion guidati dai khmer rossi, prima di essere atrocemente giustiziati e
sepolti nelle fosse comuni oggi ben visibili.
Il luogo è pieno di segni di
ciò che è stato e all’ingresso è stato eretto un mausoleo a forma di stupa, dove
sono state sepolte molte salme riesumate dalle numerosissime fosse, a perenne
memoria delle vittime. In mezzo al mausoleo, in una teca di plexiglas, file e
file di teschi martoriati, spezzati e bucati da qualunque strumento di tortura;
nel terreno circostante ancora pezzi si ossa e di indumenti appartenenti ai
resti di quelle 8995 persone, molte delle quali legate e bendate; in ogni fossa
la nostra guida ci spiega le atrocità perpetrate dagli khmer rossi.
Sconvolti, alcuni con le
lacrime agli occhi, ripercorriamo quella strada, la stessa che è stata a senso
unico per quasi 9000 cambogiani.
Arriviamo al
Palazzo reale, dove si deve essere coperti (gambe e braccia) e
cerchiamo subito la
Pagoda d’argento,
chiamata così per il pavimento ricoperto da oltre 5000 piastrelle d’argento del
peso di 1 kg l’una, nota anche come Wat Preah Keo, o Pagoda del Budda d’Argento;
i khmer rossi la risparmiarono come dimostrazione al mondo del loro
interessamento alle ricchezze culturali della Cambogia.
Usciamo e ci dirigiamo ad
una veloce, ma d’uopo, visita al Museo Nazionale; non c’è
traccia dei tanto citati pipistrelli della lonely planet (c’è chi è entrato solo
per questo!!!); poi allo Psar Thmei, a pranzo e a perderci
(conviene davvero non girare in gruppo) nei meandri delle stranezze dell’estremo
oriente. Ragni, scarafaggi, cavallette ed ogni insetto che vi viene alla mente
può essere comprato per poi essere cucinato con maestria; carne e qualunque tipo
di frattaglie ed interiora colorano l’affollatissimo mercato alimentare,
gelatine dolci, fatte con semi e delle forme e dei colori più strani. Mi sembra
di essere tornata bambina, appena uscita dalla pancia della mamma, dove ogni
cosa per me è nuova!
Incredibile la Cambogia;
sono davvero contenta che il gruppo abbia deciso di dedicare un giorno a questa
incredibile città, dove i segni del passato recente sono davvero forti,
indelebili, ma dove è fortissima anche la voglia di ricominciare, di rimettersi
in piedi, di continuare a vivere, sebbene la memoria di ciò che è stato sia
stata completamente spazzata via; eh si, in Cambogia manca una generazione,
l’età media, almeno da quanto ci è sembrato per quei pochi giorni che ci siamo
stati è davvero bassa; sembra che ci sia un salto generazionale, la maggior
parte della popolazione arriverà al massimo attorno alla 30, poi il salto e
pochissimi con più di 50 anni, probabilmente chi le atrocità le ha vissute dalla
parte del più forte e solo per quello si è riuscito a salvare.
Dopo un lauto piatto di
noodle, ci dirigiamo al Museo dei crimini di guerra, il Tuol Sleng:
qui, durante gli anni in cui fu al potere Pol Pot, furono interrogate sotto
tortura e in seguito assassinate circa 20000 persone.
Alle pareti e sul pavimento
ci sono ancora i segni delle atrocità; alcune stanze sono rimaste “arredate”
come all’epoca delle torture e fotografie alle pareti ritraggono come l’esercito
vietnamita che liberò Phnum Penh vennero trovò i corpi delle ultime persone
torturate su questi giacigli metallici, morti, in decomposizione.
Nelle altre stanze, alle
pareti, le fotografie in bianco e nero di molti degli uomini, donne e bambini
trucidati ci fissano, quasi a chiedere aiuto, come se fossero intrappolate fra i
vetri; e poi strumenti di tortura, ceppi di manette di rozza fattura, strumenti
primitivi di tortura e di morte.
Tutto a ricordarci a quanto
si può spingere il genere “umano”.
Sconvolti da questa visita,
andiamo al Wat Phnom, a chiedere fortuna e successo... Forse il budda ha capito
che non saremmo potuti tornare a ringraziare con una ghirlanda di gelsomino,
quindi la fortuna è subito andata da un’altra parte... Federica, scendendo dalle
gradinate viene morsicata da una scimmia; la ferita purtroppo è sanguinante!
Cerchiamo in qualunque
maniera di farci fare il vaccino antirabbico all’ospedale Pasteur, che a
quell’ora è già chiuso, parliamo anche con il direttore, ma niente da fare,
dobbiamo tornare la mattina dopo.
Stremati ed esausti,
torniamo in albergo, io mi trattengo per la “sana contrattazione” della sera e
presi i biglietti per Chau Doc, dopo una cenetta alla guest house #10, bevendo
un buon vino di palma, tutti a nanna, sperando di aver più fortuna domani!
08.08.2006 – Martedì – 8°
giorno
Phnum Penh – Chau Doc –
Can Tho
Io, Fede e Tania andiamo
all’istituto Pasteur per il vaccino in moto, una sola, compreso l’autista!!!
Anche nella sfiga bisogna
trovare divertimento!!!
Comunque sia poi andiamo al
molo a prendere il battello delle 12, partendo dalla nostra guest house alle 11;
pranziamo con chapati e uova!!!
Al molo dobbiamo compilare
un modulo ed esibire il passaporto con il visto vietnamita, per velocizzare le
pratiche in frontiera; sul battello solo noi e una coppia di inglesi.
A Phnum Penh il Mekong si
divide in due grandi braccia, quello che arriva a Chau Doc è il braccio minore,
quello su cui navigheremo per arrivare in Vietnam.
I luoghi di frontiera fra
Vietnam e Cambogia sono quanto di più singolare si possa vedere; ci si arriva
con la barca, si scende per espletare le burocrazie di uscita e poi, sempre in
barca, si prosegue alla frontiera vietnamita, dove si attraversa la “terra di
nessuno” a piedi.
Detta così potrebbe sembrare
normale, con la sola particolarità del battello, ma vi assicuro che tutto
l’insieme, i caseggiati, la poca gente, i ragazzini che vendono gomme da
masticare, il fango e l’assenza di un vero e proprio villaggio, rende questo
posto una sorta di limbo sospeso nel tempo!
Finalmente arriviamo a Chau
Doc, alle 17:30 dopo ben 5 ore di battello in paesaggi verdeggianti e villaggi
galleggianti.
Scendiamo presso un
ristorante della zona e poiché stava scendendo l’imbrunire, pago subito l’obolo
alla “sana contrattazione” serale, prendendo un minivan e un trasporto bagagli
un poco troppo “aperto”, subito cambiato in un altro minivan, visti i trascorsi
a Phnum Penh!!!
In tre ore siamo a Can Tho,
peccato che la sera sia calata e che il paesaggio del tragitto sia stato
rischiarato solo dalla luce della luna.
A Can Tho avevo prenotato
telefonicamente la sera prima il 31 hotel, dove abbiamo anche cenato,
assaggiando anche un gommosissimo serpente di fiume (che fosse di quelli finti
di gomma per bambini????)
09.08.2006 – Mercoledì – 9°
giorno
Can Tho – Ho Chi Minh
City
Ieri sera ho contrattato
l’escursione al delta del Mekong, è stata dura, ma ce l’ho fatta. Per
l’escursione ci siamo divisi in due gruppi, chi ha preferito un giro completo di
8 ore, avventurandosi anche nei meandri dei canali, chi ha preferito avere solo
4 ore, per poi divertirsi un poco a Saigon!
Comunque sia, qualunque giro
si sia scelto, la partenza è alle 5:30 con colazione in barca... Sia mai che si
riesca a dormire un poco di più per due giorni di seguito!!!
La sera prima ho anche
prenotato l’albergo di Saigon, trovando davvero difficile trovarne uno libero
per tutti e 16; dopo una decina di alberghi, ho comunque trovato la
consigliatissima Coco Loco Guest House.
I due gruppi si separano
quasi subito, dopo la visita al primo mercato galleggiante di Cai Rang; la vita
si staglia sul fiume Mekong, ci sono ragazze che si lavano i capelli, c’è chi
vende frutta, chi verdura, chi ci offre un’allettante piatto di noodle (anche di
mattina? No, grazie!!!), chi vende un buon caffé, d’uopo per svegliarsi un poco!
e chi fugge velocissimo per andare a vender non si sa bene cosa.
Continuiamo a remi, negli
incredibili meandri della fitta vegetazione del delta del Mekong, e subito la
mente ci ritorna alle poche e rare immagini di repertorio che abbiamo visto in
qualche documentario sulla guerra del Vietnam.
La pace ed il silenzio viene
a volte interrotto dallo sciacquio dei panni lavati dalle donne sulla sponda del
fiume, a volte dal motore di chi, indaffarato, si sta affrettando al mercato,
per vendere le sue prelibatezze.
Quando giungiamo al mercato
di Phong Dien, rinomato come il più bel mercato del delta del Mekong, veniamo
subito attorniati da numerosissime barche, e lì inizia l’assaggio selvaggio di
ogni tipo di frutto, dal megagrume (pompelmo, si dice...) al violaceo frutto
stracciatella inside, (pithayas), ai pelosissimi lici e ai loro fratelli glabri
(Long Nhãn) per finire con i cachi neri, con mille altri frutti all’interno.
Che delizia! Comunque,
niente noodle, almeno, non per il momento!!!
Scendiamo per continuare a
piedi il mercato che prende tutto il paese: gli scorci di vita che si possono
apprezzare in questa parte dell’escursione sono davvero unici, non ci si sente
estranei, o forse ci si sente troppo estranei, semplicemente si osserva, si
annusa, si gusta nel completo silenzio della riflessione.
Donne che vendono pesce
essiccato, ogni specie, dal calamaro, al gamberetto, passando per i pescioni del
Mekong, c’è chi vende carne, frattaglie, intestini, chi vende il topo, già
scuoiato, pronto per la brace (!!!), chi invece sta alzando un polverone
incredibile, mentre sta tagliando la strada; e poi ancora frutta e verdura.
Ma come posso descrivere il
colore e la vitalità dei mercati dell’estremo oriente? Come è possibile? Senza
poter descrivere a pieno gli odori, a volte talmente forti da essere anche
densi!
Come è possibile? Senza
descrivere l’accecante luce che appiattisce tutti i colori, ma che evidenzia
ancora di più quel verde delle mangrovie e dell’intensa vegetazione, così
incredibilmente forte che sembra rinfrescare il palato più di qualunque altra
bibita!
Come è possibile descrivervi
i suoni, anche le urla strazianti dei maiali impacchettati nei sacchi di
plastica e legati nelle fronde di bambù, con solo il naso rosa visibile
all’esterno?
Come?
Proseguiamo lungo i canali
fino a giungere ad una specie di zoo all’aperto (mal riuscita descrizione...),
dove ci sono serpenti sotto spirito, pipistrelli, serpenti, qualunque tipo di
animale chiuso in gabbia.
Il nostro viaggio termina
esattamente dove era iniziato, dopo aver cercato una banca e aver pagato
l’albergo, corriamo alla stazione degli autobus, dove uno stipatissimo minivan
ci porterà fino a Saigon.
Organizzo l’escursione per
l’indomani a Cu Chi e al tempio Cao Dai e poi cena al fast food di vietnamese
pho, meglio nota come zuppa di noodle e... a scelta dalla vetrina! (sia mai che
si vada a letto senza un buon piatto di parenti stretti degli spaghetti!!!)
Giretto per la città, in
cerca di locali e poi nanna!
10.08.2006 – Giovedì – 10°
giorno
Ho Chi Minh City – Cu Chi
– Cao Dai – Saigon –
Nha Trang (bus notturno)
Il gruppo parte alle 8:30 e
sarà di ritorno solo nel tardo pomeriggio, verso le 18:30, stremato e incazzato
per le troppe ore di bus che hanno dovuto subire per vedere due luoghi, a detta
di molti, nemmeno così incredibili.
Io rimango a Saigon, devo
riconfermare i biglietti della Vietnam air, prendere i biglietti del bus
notturno, visto che sul treno non ci sono più posti disponibili e... rilassarmi
un poco, date le incredibili peripezie accorse fino ad ora!
Accompagno il gruppo,
Alessandro vuole rimanere con me; subito assieme, in moto, andiamo in banca,
riconfermiamo il biglietti e, dopo aver saltato da un’agenzia all’altra,
compriamo il biglietto dell’autobus. Siamo andati alla Saigon Railways Tourist
Service (836 7970, 275C D Pham Ngu Lao; 7:30 – 11:30 e 13 – 16:30), ma i
biglietti erano esauriti; ci verrà spiegato in un secondo momento che solo
tramite agenzie turistiche che si prendono una commissione del 15% su ogni
biglietto, potremmo avere un posto in treno. Poiché un mezzo vale l’altro,
optiamo per non prenderci la classica inculata del turista, visto che sarebbe
anche in via consapevole e prendiamo i biglietti dell’autobus.
Verso le 11:30 abbiamo
finito tutte le commissioni e iniziamo la vera giornata con un rilassante
massaggio.
Mentre Alessandro si fa
coccolare ancora un poco, io scendo a “cercare” il nostro mezzo di trasporto per
la giornata e, fortuna delle fortune, un cartello reca la scritta “Motor for
rent”; un solo pensiero: “quella moto sarà mia per oggi!”. La signora vorrebbe
il passaporto, ma dopo varie contrattazioni riesco a lasciarle solo la patente e
via con la nostra moto, Alessandro alla guida e io dietro con la Lonely Planet
alla mano, che lo dirigo verso il nostro giro di ho Chi Minh City!
La moto è una grande cosa,
da provare assolutamente, soprattutto nel traffico delle ore di punta! Inoltre
abbiamo trovato delle persone deliziose che, poiché ogni tanto ci perdevamo le
vie, ci aiutavano a ritrovare la via!
Saigon è forse la città con
i segni più salienti lasciati dalla guerra del Vietnam, non ha una sua identità
ed è semplicemente un blocco di cemento dove la gente vive e cerca di
ricostruire ciò che è stato distrutto dall’assurdità dell’uomo.
Quando si sente Saigon,
infatti, vengono alla mente tutte le immagini più brutte della guerra del
Vietnam, prima fra tutte l’immagine di un monaco buddista avvolto dalle fiamme,
Thich Quanq Duc, di 66 anni, che il 11.06.1963 partì dalla pagoda di linh Mu,
sul fiume dei Profumi a Huè, con la sua Austin bianca, per immolarsi dandosi
fuoco in segno di protesta contro la politica del presidente Diem, spalleggiato
dagli americani.
Proprio per questo, per non
dimenticare e per vedere anche sotto un’altra ottica (quella vietnamita) quella
guerra così tristemente famosa, si deve visitare il museo della guerra sul
Vietnam.
A parte tutti i residuati
bellici e un busto in onore dello zio Ho, ci sono ricostruzioni delle celle di
prigionia, delle ghigliottine, rispolverate per l’evento e alle pareti della
stanza principale del museo, le fotografie più famose della guerra, come ad
esempio la fotografia simbolo delle atrocità della guerra del Vietnam, che
ritrae il massacro di Song My, nel paesino di My Lai dove il 16.03.1968 vennero
uccisi 347 civili fra vecchi, donne, bambini ed infanti.
Verso l’uscita, fotografie
dell’eredità lasciata dalla guerra e dall’orange agent, bambini con
malformazioni in ogni parte del corpo, ustioni, tumori e tutto ciò per cui
invece di combattere si dovrebbe cercare il dialogo.
Alle 20:30 dopo una
velocissima cena, in autobus per una rilassantissima notte!
11.08.2006 – Venerdì – 11°
giorno
Nha Trang
Arriviamo a Nha Trang alle
7:30 di mattina. Ci docciamo velocemente e poi subito visitiamo la pagoda di Lon
Son, costruita nel 1886 e più volte rimaneggiata; l’ingresso principale e i
tetti sono ornati da mosaici in vetro e ceramica raffiguranti draghi.
La statua del Budda fu
eretta nel 1963 per commemorare la lotta della comunità buddista del Vietnam del
Sud contro il regime oppressivo di Ngo Dinh Diem; sul basamento compaiono le
immagini di monaci e monache buddiste che si tolsero la vita come forma di
estrema protesta, seguendo le gesta di Thic Quang Dic.
Prima di buttarci ad oziare
al mare, ci dedichiamo alla visita delle torri Cham di Po Nagar, all’interno
della cui torre principale c’è la statua di Po Ino Nagar, la Madre del Regno,
veneratissimo dai buddisti della zona. Ai suoi piedi un maialino donato da un
devoto e tutt’attorno l’incenso dona all’ambiente un’incredibile sacralità.
Dopo aver prenotato la
crociera per il giorno seguente presso Mama Linh’s Boat e prenotato alla stessa
agenzia il bus notturno per hoi An, visto che alla stazione non c’erano,
ovviamente, più posti disponibili, andiamo al mare.
Ed eccolo! Un altro mitico e
folcloristico personaggio che solo in viaggio si può incontrare! E’ un ragazzo
israeliano di 22 anni (32 dimostrati), con una voce rochissima, l’occhio
iniettato di sangue e la fiatella talmente alcolica da ubriacare tutto il
gruppo, che ci racconta di essere “scappato” in Vietnam dopo la chiamata alle
armi contro il Libano; lui è una persona pacifica, ci racconta e il Libano è un
poso sicuro, ci puoi anche nuotare!!! Alla domanda, “ma quanto ti fermi qui?”,
risposta: “aspetto che si calmino le acque nel mio paese e poi torno”...
12.08.2006 – Sabato – 12°
giorno
Nha Trang – Giro Isole –
Nha Trang – Hoi An (bus notturno)
Oggi ce la prendiamo con
calma, del resto questo è il nostro giorno di relax, prima della notte in bus!
Partiamo in bus alle 8:45,
con altri sfaccendati come noi, e poi in barca; vengono caricate le provviste e
subito si parte!
Arriviamo a Mun Island detta
anche Salangane e primo tuffo; si dovrebbe fare snorkelling per ammirare la
barriera corallina, ma la guerra si è portata via anche quella, probabilmente
l’impatto e il calore delle bombe gettate nell’acqua ha distrutto quella che una
volta doveva essere un fondale davvero bello...
Poi si mangia, vicino a Mot
Island, un menù davvero ricco, e frutta a volontà; e poi il bar in acqua con la
degustazione del vino di frutta, per cui Nha Trang e dintorni sono noti.
Proseguiamo a Tam Island e
ancora frutta per finire la visita con l’acquario.
Bello, da fare, da ripetere,
anche per la simpatia degli animatori! Non nascondo che la cosa sia molto
turistica, ma ogni tanto si può anche fare uno strappo alla regola, soprattutto
se la stanchezza si fa sentire; poi è piaciuto a tutti, nessuno escluso!
Doccia in una camera
affittata per l’evenienza, panino ripieno di qualunque cosa trovabile in Vietnam
presso le bancarelle e poi via, alle 19:00 con il nostro bus dell’Open Tour che
ci viene a prendere direttamente davanti all’hotel.
13.08.2006 – Domenica – 13°
giorno
Hoi An
Arriviamo ad Hoi An alle
6:00 e ovviamente, come è classico, cercano di portarci nell’albergo dell’amico;
dopo un poco di parole, riusciamo a farci portare all’Huy Hoang II Hotel,
prenotato telefonicamente il giorno prima.
Facciamo subito colazione,
una veloce lavata e poi, con la sacra lonely, ci immergiamo nella visita della
città di Hoi An, seguendo il bellissimo percorso a piedi.
La pioggia conferisce un
fascino d’altri tempi alla stupenda città vecchia dichiarata Patrimonio
dell’Umanità dall’Unesco.
Ciò che mi stupisce di
questa città, è l’armonia dell’architettura e la conservazione davvero unica dei
suoi palazzi; la storia si conserva splendidamente nei templi della città e il
quartiere vecchio è un incantevole insieme di templi, pagode, dinh, santuari,
dimore di clan, negozi ed abitazioni private.
Tuttavia, in totale
sincerità, ho come la sensazione di essere riuscita ad apprezzare a pieno la
bellezza di questo patrimonio, se non all’interno dei templi, in quanto ogni
casetta è adibita a grande negozio e mi è sembrato più di fare un giro per un
grande centro commerciale più che per una città Patrimonio dell’Unesco.
Perpendicolarmente al fiume
corre la via più antica, Le Loi, risalente a quattro secoli fa, mezzo secolo più
tardi venne edificato il quartiere giapponese con il suo ponte coperto; 50 anni
dopo sorse, nella parte occidentale, il quartiere cantonese.
Il mercato centrale di Cho
Hoi An è davvero caratteristico e suggestivo e conferisce ancora più fascino al
luogo.
Uno dei tratti più
interessanti di queste abitazioni è la varietà della loro struttura
architettonica che si presenta assai diversa soprattutto nella distribuzione
dello spazio, ma anche nella decorazione, nelle sculture e nella disposizione
del cortile interno; lo spazio è utilizzato in modo creativo.
Passeggiando per le vie di
questa incantevole città si possono osservare gli influssi cinesi e giapponesi
evidenti nell’architettura, nella scultura e nelle decorazioni, ma soprattutto
la maestria degli architetti vietnamiti che hanno saputo assimilare queste
suggestioni in modo creativo e senza mai ripetersi. Uno dei migliori saggi
architettonici è il Cau Nat Ban, costruito nel XVII secolo dalla comunità
giapponese.
Non perdetevi la Sala
riunioni della congregazione cinese del Fujian, in seguito trasformata in un
tempio dedicato al culto di thien Hau, il tempio di Quan Cong, cinese, dedicato
a Quang Cong, il ponte coperto giapponese, costruito verso la fine del XVI
secolo ed infine la Casa di Tan Ky, residenza di un ricco mercante vietnamita e
costruita due secoli fa.
In generale perdetevi e
lasciate che il vostro sesto senso vi porti alla scoperta di queste meraviglie!
Appena fuori dal mercato
prendo la mia sana dose di “sana contrattazione” per il pulmino privato che
domani ci scarrozzerà per mezza giornata fino a Huè; nella stessa agenzia
Federica compra il biglietto aereo per Hanoi.
Cena nel turisticissimo
ristorante del centro storico e poi nanna, domani ulteriore levataccia!
14.08.2006 – Lunedì – 14°
giorno
Hoi An – My Son – Marble
Mountain – Danang - Huè
Partiamo davvero presto,
alle 5:45, compriamo 16 baguette e 16 formaggini per la strada e siamo a My Son
alle 6:20, giusto in tempo per fare i biglietti ed entrare con la luce dell’alba
in completa solitudine.
My Son è il principale sito
cham ed è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco; esso rappresenta
per il regno Champa ciò che grandi città come Angkor, Ayu-thaya, Bagan e
Borobodur hanno rappresentato per le rispettive civiltà.
Tuttavia, non aspettatevi di
trovare la magnificenza e l’incredibile stato di conservazione dell’Angkor Wat;
purtroppo, infatti, durante la guerra con gli Stati Uniti la regione di My Son
fu completamente devastata dai combattimenti e gli americani, per colpire i
vietcong, che usavano My Son come base, bombardarono anche i monumenti. I segni
sono tutt’oggi visibili, nelle enormi ed immense buche lasciate sul terreno e
dalle crepe presenti in tutti i decadenti monumenti.
Il governo vietnamita ha
avviato un programma di restauro, ma a parte una raccolta di opere in un tempio
adibito a museo, non sembra sia stato fatto altro.
Con la morte nel cuore e con
la consapevolezza ancora più consolidata che “la guerra non è la risposta”,
saliamo nel nostro pulmino e ci dirigiamo verso le Marble Mountain, cinque
alture rocciose ognuna delle quali rappresenta un elemento naturale di cui porta
il nome.
Noi saliamo a Thuy Son,
simboleggiante l’elemento acqua (infatti piove a dirotto!!!), e subito, in cima
alla scalinata, vediamo Ong Chon, la porta completamente crivellata di
proiettili.
Ma il fascino delle Montagne
di Marmo, per cui vale davvero la pena di non perdersele, è la Grotta di Huyen
Khong, che si raggiunge dopo aver percorso 105 scalini (mamma che caldo a
risalire!!!), illuminata dalla luce naturale e celata sotto la magia del fumo
degli incensi, che ricorda una cattedrale; questa grotta fu anche adibita come
ospedale da campo dai vietcong durante la guerra contro gli Stati Uniti.
Tutta la zona è disseminata
da grotte e grotticine tutte da scoprire, con l’aiuto delle torce elettriche e
dall’astuzia dei bimbi! Ma come sempre il nostro tempo è contato e dopo aver
dato uno sguardo a China Beach lambita dal Mar Cinese Meridionale dal belvedere
di Vong Hai Da, proseguiamo fino a Danang (solo 10 minuti di bus!)
Il museo di arte cham è
forse l’attrattiva principale della regione, ma come sempre, in mezz’ora noi
abbiamo visto tutto!!!
Quindi, dopo un lautissimo
pranzo a base di pho, ovviamente, proseguiamo fino a Huè, dove sotto un diluvio
da arca di Noè cerchiamo di vedere la cittadella, ovviamente dopo aver avuto il
mio momento di gloriosa e sana contrattazione per l’escursione sul fiume dei
profumi e il bus del giorno seguente!
Direi che la cittadella l’ho
solo scorta, ma mi sono divertita davvero tanto a sguazzare con i sandali
immersa nelle pozzanghere fino a mezzo polpaccio! Che incredibile senso di
libertà! E’ un poco come essere tornati piccini!
15.08.2006 – Martedì – 15°
giorno
Huè – Fiume dei Profumi –
Hanoi (bus notturno)
A che ora siamo partiti? Ma
alle 6:00, siamo mica venuti in vacanza per riposarci, no? La nostra barca ci
sta aspettando al porto, per portarci lungo il Fiume degli Od... ops, scusate,
dei profumi!
Il sole ha deciso di fare
gruppo con noi e ci accompagna nella nostra visita, facendoci godere la giornata
fino in fondo.
Huè è un posto incantevole,
durante la traversata scorgiamo i pescatori intenti nella pesca con le loro
strane reti, per poi giungere ad uno dei focolai della protesta contro il
governo all’inizio degli anni ’60, la Pagoda
di Thien Mu.
Questa pagoda è un vero e
proprio simbolo del Vietnam; la torre ottagonale, Thap Phuoc Duyen, sette piani
per 21 m di altezza, edificata nel 1844 durante il regno dell’imperatore Thieu
Tri è diventata il simbolo della città di Huè; dietro il santuario principale
della pagoda si può vedere l’automobile Austin con la quale Thic Quang Duc si
recò a Saigon per darsi fuoco contro il regime di Diem.
Lasciato questo pezzo di
storia, proseguiamo verso il tempio di Hon Chen, dedicato
alla dea Po Nagar, protettrice del regno di Champa; sebbene sia molto venerato,
a noi profani non affascina più di tanto; torniamo pertanto in battello per fare
pranzo... alle 10!!!
La tomba di Minh
Mang, quarto figlio di Gia long e secondo imperatore della dinastia
Nguyen, è forse la più maestosa delle sepolture imperiali; con i giardini che
circondano i monumenti ricoperti di pini, fior di loto rossi e alberi
frangipane.
Sebbene ci sia una calura
davvero insopportabile e i turisti affollino ogni dove, l’architettura così
armoniosa di questo posto mi fa assaporare un senso di pace e tranquillità
davvero unico.
Purtroppo, ma forse il bello
sta proprio qui, si deve proseguire, stavolta in bus, verso altri posti
incantati.
Sebbene la tomba di
Khai Dinh evidenzi il declino della cultura vietnamita durante
l’epoca coloniale, presentando un’evidente sintesi di elementi vietnamiti ed
europei, non fosse altro per i volti dei mandarini civili e militari schierati
di fronte al cortile d’onore insieme a schiere di elefanti, essa ha il fascino
proprio della decadenza, chiaro anche nei muschi che adornano la costruzione e
dalla monocromia della sua porta di ingresso.
La tomba di Tu Duc,
completata in soli tre anni nel 1867, con l’impiego di 3000 uomini, appare come
un palazzo in miniatura in perfetta armonia con lo scenario naturale.
La tomba, a cui la
tradizione vieta di accedere, è coperta da una fitta pineta.
Il complesso è enorme, ma si
potrebbe davvero vivere una vita intera immersi nello scenario incantevole del
lago che avvolge in perfetta armonia e incantevole pace la tomba della moglie e
del figlio adottivo dell’imperatore.
La tomba di Tu Hieu,
avvolta nella semioscurità del verde, sembra più un luogo di preghiera, con i
suoi numerosi incensi e la dimora dei monaci.
Davvero stravolti, arriviamo
alla cittadella, la cui costruzione fu avviata dall’imperatore Gia long, il
primo che fece di Huè la capitale del paese.
Il sole non c’è più, ma la
pioggia conferisce al luogo un fascino d’altri tempi; la città imperiale
racchiude al suo interno la Città Purpurea
Proibita,
residenza privata dell’Imperatore.
Gli unici servitori che vi
avevano accesso erano gli eunuchi, i soli a non costituire una minaccia sessuale
per le concubine del sovrano. La Città Purpurea
Proibita venne quasi completamente distrutta durante l’offensiva del Tet nel
1968 e oggi si presenta come un grande campo coltivato o semi abbandonato nel
quale solamente alcuni edifici sono ancora visibili come la Biblioteca Imperiale, che
conserva sopra il tetto elaborate statue in ceramica di mandarini ed altri
personaggi, ed i resti del Teatro Reale che ora ospita il Conservatorio
Nazionale di musica.
Gli stessi americani
riconoscono oggi che i maggiori danni inflitti furono causati dalla loro stessa
aviazione ed in Francia, sul finire degli anni ’80, un noto giornalista affermò,
con non poche polemiche, che sarebbe stato meglio uccidere un numero maggiore di
vietnamiti piuttosto che distruggere i palazzi e le vestigia dell’antica città
imperiale.
Il Vietnam, quel Vietnam che
tutti tristemente ricordano, affiora sempre, in ogni luogo, in ogni dove, sia
nel ragazzo con tumori evidenti sulla pelle, sia nella distruzione del terreno,
sia nelle opere d’arte, che come il carattere dei vietnamiti, reca i segni più
evidenti di quel passato doloroso e difficile da dimenticare.
Stremati, saliamo
sull’ultimo bus notturno, che ci porterà all’ultima città del nostro viaggio in
Vietnam, Hanoi.
16.08.2006 – Mercoledì – 16°
giorno
Hanoi
Hanoi ha il fascino della
vera città vietnamita, quel fascino di chi, come lei, forse non ha mai perso
l’identità socio culturale, di chi ha saputo passare la guerra e il
colonialismo, sempre a testa alta con la spiccata ed ingenua forza della sua
millenaria personalità.
Le influenze che ha
apportato il colonialismo si sono fuse con incredibile armonia dentro le strade
e i mercatini della città, conferendole quel fascino della grazia parigina, con
il giusto pizzico della tranquillità asiatica.
Il suo centro storico, pur
essendo un mercato a cielo aperto, riesce comunque a trasmettere un poco di
quella quotidianità che solo un vietnamita può vivere, ma che un viaggiatore
dovrebbe riuscire ad apprezzare, quasi amandola.
Mi perdo, mi stupisco,
odoro, assaggio, passeggio sotto la pioggia, lasciando che quest’incredibile
realtà vietnamita mi investa i sensi in un completo turbinio di stupori e
sensazioni uniche, tutte in continua evoluzione e scoperta.
Hanoi è da assaporare da
soli, lasciandosi cullare dalla sua tranquilla frenesia, dal suo orientale
“savoir faire”, dalle voci cantilenanti dei vietnamiti e dal rumore del
traffico.
Incredibile una giornata ad
Hanoi, davvero unica ed imperdibile, sicuramente ciò che mi ha affascinato di
più del Vietnam oltre alle classiche e magnifiche opere che tutto il mondo gli
annovera.
Sebbene distrutta in parte
dai bombardamenti durante la guerra del Vietnam, Hanoi è quasi stata
completamente sanata; primo obiettivo della ricostruzione, il Long Bien, il
ponte lungo 1682 m costruito tra il 1888 e il 1902 sotto la direzione di Gustave
Eiffel.
Certo che non si può venire
in Vietnam, ad Hanoi e non andare al Lang Chu Tich Ho Chi Minh a portare omaggio
al grande zio Ho, quindi mi devo davvero sbrigare, visto che il mausoleo chiude
alle 11!
La salma è esposta in un
ambiente davvero siberiale (probabilmente la temperatura ideale per mantenere lo
zio Ho tonico) e la fila di turisti, ma soprattutto di vietnamiti è davvero
interminabile.
Solo ora mi rendo davvero
conto di quanta adorazione ci sia da parte dei vietnamiti nei confronti di chi
li guidò verso la libertà contro le potenze del mondo occidentale.
Tutto nell’interno del parco
parla di ho Chi Minh, la sua casa, completamente arredata con i suoi affetti
personali, dal classico cappello, ai suoi libri, le fotografie, esposte in ogni
dove assieme ai busti e la meravigliosa esposizione fotografica, ricca di frasi
davvero ricche di intelligenza ed umanità del rivoluzionario del XX secolo che
si distinse per avere condotto la più lunga lotta contro le potenze del mondo.
Mi siedo in riva all’Ho Hoan
Kiem, il lago della spada restituita, attendendo che la Divina Tartaruga mi dia
la spada portentosa restituitagli dal re Le Thai To dopo la resistenza di ben 10
anni contro l’invasione dei Ming e mi lascio cullare dall’incessante traffico
della grande via urbana Le Thai To, poi proseguo pedissequamente i consigli
della Lonely Planet, fino a sera.
Prima però porto Emanuela
all’ospedale, ha la febbre alta, da ben tre giorni e le tre tachipirine
giornaliere sembrano solo acqua fresca; la Europe Assistance mi consiglia di
farle fare gli esami per scongiurare dengue e malaria e dopo un andirivieni e
esami del sangue, scopriamo che si tratta di un’infezione virale; la dottoressa
ci da subito la cura ed Emanuela passerà un pò di giorni a letto!
17.08.2006 – Giovedì – 17°
giorno
Hanoi – Pagoda dei
Profumi - Hanoi
Ieri ho davvero contrattato
tanto, oggi merito di godermi lo straordinario paesaggio per la Pagoda
dei Profumi
o Chua Huong in lingua vietnamita!
Partiamo alle 8:00, dopo
aver rimpinzato la nostra pancia con deliziose varietà di dolci in pasticceria e
guardiamo increduli la città; è tutto allagato, piove a dirotto e la pioggia
arriva alle ginocchia; i motorini continuano imperterriti la loro frenetica
corsa verso il lavoro, i pedoni fanno i salti fra le alture a ridosso dei
marciapiedi e le gomme delle auto producono onde alte quanto le auto stesse!
Alle 10:50 siamo al molo (?)
per prendere le nostre chiatte metalliche dipinte sommariamente di bordeaux.
Ed allora inizia il
fantastico tragitto, che durerà ben 1 ora e mezza, in mezzo al silenzio della
natura rotto solo dal vellutato infrangere delle onde sulla barca; le montagne
sorgono dal nulla, ingoiate completamente dalla fitta vegetazione, la stessa che
la fa da padrona nel fiume; il verde, accecante e rinfrescante è tutto ciò che
ci sta attorno, assieme a noi altre barche, ma sempre in religioso silenzio.
Vorrei davvero che questo
tragitto non finisse mai, non voglio abbandonare quell’incredibile senso di pace
ed armonia con la natura che solo qui sono riuscita a provare, quella dolce e
lieve nebbiolina mi potrebbe inghiottire e celare ancora un poco...
Iniziamo il trek,
immergendoci in quel verde che tutto inghiotte, su per la montagna, in 50 minuti
di facile, ma scivolosissimo trek.
Giungiamo in cima esausti
per il caldo e per l’incredibile sudata, giungiamo infine a destinazione. Immersi
nella natura e avvolti dai fumi degli incensi, all'interno di una enorme grotta,
dall'aria estremamente suggestiva, troviamo all'interno la Pagoda dei Profumi,
luogo di grande culto per tutti i religiosi di fede buddista del Vietnam.
La pagoda più importante è
la Thien Chu, o ascensione al Cielo, risale al XVII secolo,
di fronte sorge una torre campanaria a 3 piani; la pagoda sorge all’interno di
una vasta grotta ed è considerata la culla del buddismo in Vietnam. Se avete la
fortuna in una delle sette settimane della festa tradizionale della pagoda che
vanno da marzo ad aprile, vi troverete immersi in migliaia di fedeli che dalle
barche esclamano “A di da phat” – “Lode ad Amitabha Buddha!”
Ritorniamo al nostro bus,
immersi nuovamente in quegli scenari naturalistici di grande suggestione, dove i
profili tormentati dei monti Hoang Son, formazioni carsiche poco elevate dalle
sagome aguzze e dalla fitta vegetazione, ricordano insistentemente che Madre
Natura ci osserva e ci offre sempre estrema gioia e pace.
Ieri abbiamo comprato
biglietti per il teatro delle Marionette sull’acqua; siamo
tutti e ci mettiamo nel nostro posticino in terza fila.
La scenografia vanta una
pagoda immersa in uno stagno, sulla nostra sinistra gli artisti intonano melodie
e canti, dall’acqua affiora lo spettacolo, riccamente animato da fumi, scintille
e il tutto saggiamente condito dalla musica.
Non aspettatevi di trovare i
bimbi incuriositi citati dalla Lonely, quelli probabilmente sono già cresciuti e
stanno dietro le quinte ad azionare i draghi d’orati; lo spettacolo ha una
densità di turisti che rasenta il 99.9% periodico di turisti, ma rappresenta
comunque un’espressione artistica molto antica.
Le storie rappresentate sono
molto semplici e rappresentano per di più scene rurali, visto che furono
inventate dai contadini del delta del fiume rosso che trascorrevano gran parte
del loro tempo nelle risaie allagate; nello spettacolo, la piantagione del riso,
la lotta dei bufali, l’oca cacciata dalla volpe e così via.
18.08.2006 – Venerdì – 18°
giorno
Hanoi – Halong Bay
Partiamo alle 7:30 per
quello che è il culmine del nostro viaggio in Vietnam, per arrivare finalmente
alle 11:00 ad Halong city.
Il paesaggio è davvero
mutato e le formazioni rocciose di origine calcarea tutte variopinte dalla verde
vegetazione ci iniziano a far riaffiorare le sbiadite fotografie della baia di
Halong
Prima di partire, dobbiamo
purtroppo litigare con la nostra guida, che vorrebbe attendere fino a qualunque
ora altri passeggeri, facendo forza sul fatto che abbiamo pagato per un tour
privato, dopo una mezz’oretta di concitate parole, salpiamo.
Il nome Ha Long significa
“drago discendente” e deriva da una leggenda locale; un drago celeste e la sua
prole ricevettero dall’Imperatore di Giada l’ordine di fermare un’invasione dal
mare; sputarono allora frammenti di giada che, trasformatisi in meravigliose
isole e formazioni carsiche, aprirono falle nelle navi nemiche. Un’altra
versione della leggenda vuole che le gemme fossero perle e che la baia si formò
quando il grande drago si tuffò a mare e con la coda ondeggiante aprì sulla
terraferma valli e crepacci che si colmarono d’acqua.
A qualunque leggenda
decidiate di credere, sappiate che entrambe concludono narrando che il drago,
incantato dalla propria creazione decise di stabilircisi e ancora oggi abita le
acque della baia, quindi occhio a quando vi gettate in acqua per fare un sano e
rilassante bagno o quando kayakkate qua e là in quelle acque verdi smeraldo!
Una visita ad almeno una
delle sue grotte deve essere fatta per forza.
Secondo una leggenda, la
grotta di Trinh Nu (Vergine) prende il nome da una fanciulla i cui genitori,
molto poveri, erano costretti a noleggiare una barca da un ricco signore del
luogo. Un giorno, quando la coppia non poté pagare la somma dovuta, a saldo del
debito lui pretese la loro bella figlia. Celebrato il matrimonio, lei si rifiutò
di cedergli; l’uomo la fece percuotere e infine la recluse in una grotta, dove
la fanciulla morì di fame, ma rimase sempre immortalata nelle forme di uno
sperone roccioso che emerse nel punto in cui fu sepolta.
Sebbene la leggenda sia
davvero affascinante, la grotta più spettacolare rimane quella di hang Dau Go,
ricca di stalattiti e stalagmiti che ricordano sagome umane, di animali ed
uccelli; i primi turisti francesi che la visitarono a fine ottocento la
soprannominarono la Grotta delle meraviglie.
Ogni luogo della baia di
Halong è di una bellezza senza paragoni da sembrare quasi impossibile che
esista.
Le sue acque smeraldo
riflettono le verdi formazioni rocciose che emergono dall’acqua, la pace e la
serenità che infonde questo posto ha dell’incredibile; sembra davvero di essere
sospesi in un’altra dimensione, a volte nella preistoria, nell’epoca del “grande
brodo”, altre volte sembra di essere in un futuro lontanissimo, come unica
traccia del genere umano.
In qualunque era pensiate
comunque di essere, godetevi il silenzio e il suono delle vostre mani e delle
vostre gambe che vi spingono nella completa immersione con la magia del posto,
con quelle vellutate acque che vi massaggiano con delicatezza il corpo e con gli
occhi pieni di luce e di pace.
La baia di Halong è
indescrivibile, forse è davvero solo una leggenda, della quale ci si può portare
solo il suo indelebile ricordo, ricco solo di sensazioni, che non si riescono a
descrivere solo con occhi.
Ogni momento del giorno,
ogni condizione climatica conferisce alla baia un fascino che solo poco prima
era nascosto, quasi a scoprire una dimensione diversa, con i suoi suoni, odori,
colori, gusti.
Godetevela più che potete e
cercate di impressionare più che la pellicola della macchina fotografica, i
vostri sensi, cercate di gustare quest’incredibile meraviglia di Madre Natura.
19.08.2006 – Sabato – 19°
giorno
Halong Bay - Hanoi
Ieri sera ci siamo dati alla
pazza gioia, bevendo alcolici e chi più ne ha più ne metta; sul tetto della
barca quasi un inizio di orgia!
La baia è così, forse
amplifica le nostre sensazioni, sciogliendo le inibizioni e facendoci divertire
più complici, uniti da quelle sensazioni che solo noi, con uno sguardo, possiamo
trasmetterci.
Un ultimo tuffo e poi di
nuovo la pioggia, infine il porto alle 11:30, il pranzo e il bus per tornare ad
Hanoi, la mitica capitale del Vietnam, chi per ennesimi acquisti, chi per
rigustare un pò di vero Vietnam, aiutato ancor di più dall’esplosione di sensi
avvenuta ad Hanoi.
Forse l’immersione in Hanoi
si è spinta un poco troppo in là, anche nel tipicissimo ristorante scelto per la
cena; nemmeno io, che mangio, vi assicuro di tutto, in qualunque condizione
igienica, sono riuscita a mangiare molto!
Beh, però almeno posso dire
di aver mangiato il topo, che ne dite? Troppo poco? Beh, bisogna pur
accontentarsi nella vita!
Non ancora esausti, ci
buttiamo in discoteca; ci siamo divertiti tantissimo, un nuvolo di vietnamiti ci
ha subito circondato, dandosi il cambio, ridendo, scherzando; noi come loro,
ballavano coinvolgendo tutti i presenti, fino a notte fonda, fra una birra ed un
cocktail vietnamita.
Ragazzi, che cos’è la vita
notturna della capitale!
20.08.2006 – Domenica – 20°
giorno
Hanoi – Hoa Lu – Tam Coc – Ninh Binh
- Hanoi
Partiamo alle 8:30,
aspettando per ben 2 ore il nostro pulmino, continuando a discutere col ragazzo
dell’agenzia.
Forse è stata una mia
leggerezza, del resto ormai avrei dovuto capirli i vietnamiti, disponibilissimi,
ma davvero troppo rigidi per poter comprendere ed accettare un cambiamento al
programma da loro proposto!
Comunque sia, sebbene già
stremati dalla levataccia, dopo due ore e mezza siamo alle porte della
Bich Dong Pagoda.
All’interno un ragazzo sta
suonando uno strumento monocorda improvvisato; il suo naso, completamente
cosparso di bolle, ci fa ricordare nuovamente che qui, pochi anni fa c’è stata
una guerra; non so quanto si protrarranno i segni evidenti di ciò che è stato,
visibilissimo anche nell’orgoglio e alle volte nella diffidenza e negli sguardi,
celati sotto all’incredibile e stupendo sorriso delle persone, certo è, che è
difficile non provare un senso di rabbia e disgusto per chi è convinto che pace
e democrazia si possano esportare con le bombe e con le riprese cinematografiche
degli effetti del Napalm.
Però, purtroppo, mi fa male
essere inerme di fronte a tanto dolore, camminare su luoghi che sono stati
teatro di indicibili ingiustizie, guardare i volti di persone che hanno perso
cari o che hanno dovuto reinventarsi perchè i loro campi sono stati bruciati; è
facile fare la guerra ed andarsene, difficile rimanere, doverlo, volerlo fare,
difficile cercare di risollevare quella terra martoriata non solo dalle bombe,
ma sciolta anche dagli agenti chimici e dalle brutture dell’animo umano,
difficile, ma quella è la loro terra e oggi, come mai nella mia vita, comprendo
quanto possa essere forte l’amore per il proprio loro paese, quanto questo
popolo voglia farlo rinascere, voglia che si risollevi e che cammini con le
proprie gambe, verso un futuro di pace, figlio di quelle tradizioni antiche che
hanno fatto di questo paese quello che oggi chiamiamo Vietnam.
Continuiamo per
Hoa Lu
e poi, dopo pranzo, subito sulle chiatte metalliche dipinte di bordeaux, nostre
inseparabili amiche, verso Tam Coc, definita la “Baia di
Halong delle Risaie”.
L’incantevole mondo
acquatico che si può ammirare dalla barca è simile a quello scorto in Halong
Bay, ma il tutto è scandito dal ritmo della quotidianità della popolazione
rurale.
Nel tratto iniziale del
percorso il pigro fiume Ngo Dong si confonde con le risaie allagate, poi si
dirige lentamente verso tre grotte scavate nella roccia calcarea; la prima è
davvero divertente, bisogna accovacciarsi per non toccare il soffitto, nelle
altre affascinanti stalattiti e stalagmiti.
Fra l’una e l’altra si
aprono lagune dalle acque basse e limpide, cinte da scogliere adorne di verde;
la tranquillità è turbata unicamente dalle donne che vi si avvicinano ed
incessantemente cercano di farvi comprare i meravigliosi pizzi lavorati a mano
(... che comunque non siamo riusciti a comprare... da buon discovery!)
Stanchi, ma davvero
contenti, ritorniamo in albergo per rifare il bagaglio, domani ci attende il
Laos!
21.08.2006 – Lunedì – 21°
giorno
Hanoi - Vientiane
Partiamo alle 7:00
dall’albergo e dopo 45 minuti, passati in uno stipatissimo minivan, con il mio
sedere all’aria fuori dal finestrino, arriviamo all’aeroporto.
Poco tempo per fare i
biglietti, chiudiamo la cassa in dong e poi la lunga attesa per il volo.
L’ansietà di arrivare dilata
il tempo, l’attesa è sempre lunghissima quando non si vede l’ora di partire per
giungere nel posto tanto agognato!
E poi saliamo sull’aereo, un
bielica talmente rumoroso da non far sentire che cosa sta dicendo il vicino!
Sorvoliamo il Vietnam e
parte del Laos e quando ci appare di nuovo una lingua marrone in mezzo al verde,
il mitico Mekong, sappiamo di essere arrivati.
Vientiane è una città molto
strana, sembra di essere soli, o almeno davvero in pochi; del resto è davvero
poco densamente popolata, avendo solo 500000 abitanti, sette volte e mezzo in
meno di Roma! L’aeroporto dista poco più di 20 minuti dal centro, anche se
sinceramente ho dovuto leggere più e più sulla lonely che quello fosse davvero
il centro...
Abbiamo posato subito i
bagagli all’albergo che avevo prenotato la sera prima telefonicamente e poi, con
dei tuk tuk, ci siamo fatti portare al Pha That Luang, meglio noto dal mio
gruppo come “pagodone d’oro”.
Situato su un'altura il
Grande Stupa Sacro è uno dei tesori storici del Laos; il tempio buddista, che
raggiunge un'altezza di 45 metri, venne edificato nel XVI secolo, sotto il regno
Lao di Lan Xang, per volere del re Xetthathirat, sul sito di un preesistente
tempio khmer, esso rappresenta il simbolo del Laos e merita davvero una visita.
Sebbene la lonely citasse
che il tempio è chiuso il lunedì, noi siamo riusciti ad accedervi e ad arrivare
fino al secondo livello; tutt’attorno, sui muri del porticato di fronte al
tempio, una mostra, spero temporanea, espone dei quadri dipinti grezzamente
(delle croste, insomma...)
Lauto pranzo, a base di
noodle, in riva al Mekong con vista Thailandia e poi il gruppo si divide; c’è
chi pensa di aver già visto tutto del Laos, chi invece mi segue, nella scoperta
della capitale, attraverso la visita guidata proposta dalla Lonely Planet.
Mi piace questo posto, è
strano, è di frontiera, ma è una frontiera davvero pacifica, le persone
incredibilmente disponibili e calme vengono sempre in aiuto, la contrattazione
prende sempre le forme di un divertentissimo gioco e la pioggia sembra quasi
essere più dolce ed anch’essa in completa armonia.
Il Laos, davvero, non è un
posto, ma uno stato d’animo, una sensazione, o più sensazioni, ma tutte
incredibilmente positive, aiutate anche dalla leggerezza della curiosità dei
monaci incontrati al Haw Pha Kaew, che ci accolgono con un meraviglioso sorriso
e un “welcome to Laos”, prima di farci mille armoniose e dolcissime domande.
Il nostro giretto di due
orette al massimo, se si segue senza perdersi in ogni angolo di questa città
quasi fantasma, ci ha davvero ristabilito da tutte le fatiche del viaggio; ora,
meglio che dopo un massaggio, mi sento ristabilita e ristorata e potrei
affrontare ancora mille notti in pullman.
Il Laos è così, o almeno è
quello che mi ha trasmesso, ti infonde un totale senso di pace e armonia con
l’altro e con l’universo, da far scivolare via qualunque forma di stanchezza e
di preoccupazione.
Ci ristoriamo per cena in un
localino trovato sulla strada e poi, dopo qualche parola nel dehor del nostro
albergo, decidiamo di ritiraci; domani 8 ore di bus fino a Luang Prabang!
22.08.2006 – Martedì – 22°
giorno
Vientiane – Luang Prabang
Oggi più che mai mi
rispecchio in questa frase: “il vero viaggio è come ci si arriva, non solo il
luogo stesso...”
Alle 7:30 un tuk tuk fa la
spola dal nostro albergo fino alla stazione dei bus; pregata da praticamente
tutto il gruppo sono stata costretta a prenotare un trasporto turisticissimo,
anziché lo sgualfissimo e sfigatissimo, ma sicuramente molto più “vero” mezzo
pubblico... Del resto è arrivata quasi la fine e ho davvero chiesto tanto a
questo gruppo, che si è davvero lamentato poche volte! Del resto, cosa da non
dimenticare, il bus pubblico pubblico, parte alla stessa ora e non si sa quando
si ferma... E Tania quindi come farebbe a fare le mille pipì che in una giornata
deve fare?
Comunque sia, il nostro bus
color pantera rosa parte alle 8:30; io vado a prendere i biglietti con i posti
numerati che servono anche per avere il pranzo incluso nel biglietto (quello per
cui Marco venderebbe anche la madre!!!) e via che si parte.
Il paesaggio è di
un’incredibile ed indescrivibile bellezza; sempre diverso, per la luce che
cambia, che viene soffusa dalle nuvole, alle volte celata, per poi riapparire
con prepotenza, quasi ferendo il nostro sguardo.
Che bellezza, che grande
sensazione di libertà e gioia!
Le mille curve del tragitto
fanno avanzare quasi tutte le ragazze del gruppo, io non mi muovo, sono come
pietrificata dall’immensa bellezza del paesaggio circostante, ho quasi timore
che alzandomi, distogliendo lo sguardo per anche solo un secondo, esso sparisca.
Rimango tutto il tragitto a
guardare fuori dal finestrino, ridendo, scherzando, cantando con i ragazzi e
cambiando molto spesso posizione, ma i miei pensieri e i miei occhi sono sempre
all’esterno di quel vetro.
Riccardo mi sottolinea come
se avessimo affittato un mezzo nostro avremmo potuto fermarci a fare qualche
fotografia, io gli rispondo che anche a me spiace non fare fotografie, ma forse
è meglio così, del resto, cosa riusciremmo a far carpire, cosa riusciremmo a
impressionare su quella pellicola, se non un piatto e poco espressivo paesaggio
montagnoso che i nostri amici, una volta a casa, potrebbero solo commentare con
“che bel posto!”
Ma quello che vediamo, non è
solo un bel posto, è appunto uno stato d’animo umanamente indescrivibile; come
potrei cercare di spiegarvi l’armonie delle note e negli strumenti di Stairway
to heaven senza farvi sentire la canzone?
Forse è per questo che si
viene in Laos, per comprendere che esiste davvero; e forse è per questo che
voglio tornarci, per comprendere che non è stato solo un sogno meraviglioso!
Arriviamo alla turistica,
per come può esserlo il Laos, Luang Prabang.
Non abbiamo nulla di
prenotato, proprio perchè, sebbene abbia cercato di contattare svariati alberghi
con il cellulare prestato gentilmente e gratuitamente di due ragazzi di
Vientiane, non sono riuscita a trovare nulla.
Ma non preoccupatevi, le
guest house abbondano, magari come noi sarete smistati in due diversi posti,
trovando davvero arduo farvi concedere la gratuità, come infatti non ho avuto,
ma un tetto e un letto ve lo trovano, statene certi!
Luang prabang è la seconda
città del Laos, ed ha solo 22000 abitanti, in effetti più che la nostra Milano o
Napoli, sembra più un paesello rurale con dei meravigliosi templi che spuntano
nei posti più impensati in mezzo alla città.
Anche qui il tempo è
scandito dalla pace e dalla tranquillità del sorriso dei laotiani, davvero degli
incredibili maestri nell’arte del contrattare e nel vendere.
Nel mercatino serale, nei
pressi del cuore commerciale della città, il brulicante mercato Talat Dala,
potete trovare davvero di tutto, è un buon modo per passare qualche ora all’aria
aperta, scambiando qualche sorriso e facendo buoni affari, comprando dei
pensierini da portare a casa a parenti ed amici.
Il ritmo della città è
scandito dai suoi due fiumi, il Mekong e il Nam Khan, fra i templi, i monaci
bruciano incensi avvolti nelle loro tuniche color arancione.
Ogni laotiano che
incontriamo ci accoglie con un sorriso e ci invita a partecipare al Boat Race di
domani, grande festa in tutta la città, oggi e domani si celebra il
Boun Haw Khao Padabin in tutto il Laos!
La festa è largamente
sentita dal popolo laotiano e soprattutto a Luang Prabang in questi due giorni
si tiene anche il Boun Suang Heua, la corsa in barca sul
fiume Nam Khan e una fiera commerciale nel centro città; vista la gioia con cui
ogni laotiano la sponsorizza, non ce la perderemmo per nulla al mondo!
Prenoto pertanto per
dopodomani l’escursione alle grotte di Pak Ou e alla cascata Tat Kuang Si.
23.08.2006 – Mercoledì – 23°
giorno
Luang Prabang
Oggi alle 13:00 parte la
competizione in barca, l’apice della meravigliosa festa di Luang Prabang! Ci
svegliamo abbastanza presto e alle 8:30 iniziamo il nostro giro dopo aver pagato
la preprenotazione che avevo fatto su internet del volo Luang Prabang – Bangkok
dall’Italia.
Anche a Luang Prabang
seguiamo pedissequamente i consigli della Lonely ed iniziamo il nostro giro di
questa meraviglia; solo che al gruppo si unisce l’acqua... davvero tanta!
Giocando fra e là tra le
pozzanghere, con la magia delle offerte dei monaci, vediamo il Wat Chum
Khong, Wat Xieng Muan, Wat Pa Phai,
Wat Pha Phutthabath, Wat Xieng Thong.
Poi, dopo aver ammirato la
confluenza con il mekong, decidiamo di scendere sul lungo fiume per goderci una
sana passeggiata per le bancarelle!
Sembra una festa di paese di
altri tempi, ci sono le freccette con i palloncini da scoppiare e mille altri
divertimenti, un sacco di gente che cammina lungo la via e delle meravigliose
bancarelle di cibo...
Assaggiamo di tutto, ma le
mie preferite continueranno ad essere delle misteriose, ma buonissime
polpettine!!!
Continuiamo il nostro giro
fra i mille meravigliosi templi, visitando il Wat Nong Sikhunmeuang,
Wat Saen, Wat Sop, Wat
Sirimungun, museo del palazzo reale da fuori
poi Wat
Mai Suwannaphumaham...
ma è già l’ora della gara!
Ci affrettiamo sul lungo
fiume, prendiamo posto vicino ad una graziosissima ed attenta bambina e
assistiamo questo spettacolo!
Le barche e gli atleti hanno
dei colori sgargiantissimi, le barche si continueranno a sfidare in una
competizione ad eliminatoria, a due a due fino a sera.
Rimarrei ore a vedere questo
spettacolo, ma Luang Prabang chiama, e noi abbiamo davvero poco tempo...
Nel pomeriggio proseguiamo
per il Wat Visunalat, uno dei templi più antichi della
città, alla cui estremità orientale scorgiamo lo stupa cocomero, il Wat
Aham, attorniato da due grossi baniani.
Un sano massaggio, poi
grande abbuffata al mercato serale, tra un piatto stracolmo del buffet e una
squisitissima coscia di pollo.
Giretto per il mercato e poi
ci appartiamo nel dehor dell’albergo, di fronte a noi la musica imperversa, dei
ragazzi stanno tenendo una festicciola alla quale veniamo invitati.
Dopo balli, un paio di birre
e quattro chiacchiere, stanchi, andiamo a dormire.
24.08.2006 – Giovedì – 24°
giorno
Luang –Prabang – Pak Ou –
Tat Kuang Si
E’ già arrivato il penultimo
giorno in Laos...
Partiamo presto, alle 7:30,
per poter riuscire a vedere tutto ciò che ci siamo prefissi di vedere, le grotte
di pak Ou e le cascate di Tat Kuang Si.
Saliamo sulla barca che ho
prenotato la sera prima; iniziamo la risalita del Mekong; attorno a noi
sfrecciano numerosissime lance veloci, rumorosissime, ma davvero avventurose!
Non ho voluto chiedere
troppo al mio gruppo, ma sappiate che si può raggiungere Vientiane anche lungo
il Mekong, in sole 8 ore con queste lance rumorosissime; a parte il lato
avventuroso, ci sono alcuni inconvenienti che dovrete mettere in conto: per otto
ore non potete muovervi molto, avrete questo rumore assordante, potreste
capottarvi...
Continuiamo a percorrere il
Mekong, avvolti dalla meravigliosa vegetazione del Laos, scorgendo qua e là le
casette in paglia dei locali, in due ore arriviamo a Pak Ou; Tam Ting è una
bocca scavata all’interno della montagna, con all’interno numerosissime statue
votive dei Budda.
Una bambina sta lavorando
indisturbata con il suo coltellaccio, per fabbricare le coloratissime e floreali
offerte; all’interno un’atmosfera magica e davvero incredibile.
Saliamo una lunga scalinata
per accedere all’altra grotta e qui il buio avvolge la magia delle statue
votive; sulla parete la luce di una candela illumina una scritta.
La sacralità di questi
luoghi è data dal silenzio e dalla pace, nonché dalla natura che la fa da
padrona.
Come sempre, è già tempo di
andare, mi godo per un ultima volta lo spettacolare paesaggio, riproponendomi
che non sarà l’ultima, che il mekong mi ha emozionato davvero tanto, che prima o
poi ci tornerò...
Visitiamo un piccolo
villaggio vicino a Luang Prabang di costruttori di carta di riso e poi, dopo un
velocissimo pranzo a Luang Prabang, sulle rive del mekong, ripartiamo, stavolta
in bus, per Tat Kuang Si.
Il Laos non smetterà mai di
stupirmi e di emozionarmi, nei 45 minuti di strada, i miei occhi si sono di
nuovo persi nella freschezza di quel verde accecante delle campagne, delle
montagne e delle piantagioni di riso.
La grande cascata a balzi di
tat Kuang Si precipita su formazioni di roccia calcarea, formando una serie di
fresche pozzanghere turchesi, nelle quali ci bagniamo e continuiamo a tuffarci,
sebbene faccia freddo e continui a piovere!
Continuiamo lungo il tratto
più scivoloso del sentiero (Laura cadendo si porterà a casa una frattura
scomposta del coccige...), arriviamo in cima alla cascata, da dove possiamo
ammirare la potenza della cascata e il fiume che precipita verso valle.
Prima di salutare questo
incredibile e selvaggio Laos, diamo un ultimo saluto alla tigre, la tristissima
tigre sottratta ad un bracconiere quando era ancora cucciolo.
Assieme ad una parte del
gruppo, saliamo sul Phu Si, per ammirare il tramonto sulla meravigliosa Luang
Prabang e visitare il Wat Pa Huak, il Wat Chomsi, il Wat Tham Phu Si ed infine
Wat Thammothayalan.
Ultimi acquisti al mercato,
cena lungo il Mekong e meritato riposo.
25.08.2006 – Venerdì – 25°
giorno
Luang Prabang - Bangkok
Ci diamo appuntamento alle
11:30, partenza per l’aeroporto e poi mezza giornata libera. C’è chi va a
spendere gli ultimi kip, chi ne cambia di nuovi per gli ultimi acquisti, chi
preferisce stare a dormire e chi mi segue nella visita al Museo del palazzo
reale; il palazzo è stato eretto nel 1904 come residenza del re Sisavang Vong e
fonde in maniera originale gli stili classici lao e francese.
In una sala dell’edificio,
il pezzo forte del museo, la famosa efficge del Buddha di Pha Bang, la statua in
oro puro che ritrae il Buddha nell’atteggiamento dell’Abhayamudra, o “scacciare
la paura”, alta 83 cm e del peso di 42 – 54 kg (le fonti sono dicordi su questo
punto).
Prima di uscire dal museo,
diamo un’occhiata al Wat Mai Suwannaphumahan, risalente all’inizio del XIX
secolo, in passato residenza del supremo patriarca buddista del laos, il
Sangkhalat, oggi sostenuta da una forte impalcatura, date le sue condizioni
precarie.
Dopo il rito della chiusura
della valigia, per alcuni di noi, davvero un’impresa, con due tuk tuk ci
dirigiamo all’aeroporto.
Facciamo il check, posando i
nostri bagagli su pese improvvisate, ma il Laos è bello per questo e poi
aspettiamo di partire nel ristorantino dell’aeroporto.
Mi spiace lasciare il laos,
mi sembra di avergli dedicato davvero troppo poco tempo, del resto ho visto solo
di sfuggita alcuni fra i più bei ed interessanti monumenti ed ho solo
chiacchierato per poco con la gente del luogo; purtroppo è già tempo di salire
sull’aereo, e mentre sorvoliamo questo stupendo paese, mi ripropongo di tornarci
al più presto!
Siamo tornati all’inizio,
dove tutto ebbe origine!!!
Ripresi i nostri bagagli, ci
diamo appuntamento alle 20:00 all’albergo dell’andata.
Io e Claudia andiamo a fare
un giro a Thanon Kao San Road, dove la vitalità è di casa; non vi volgio celare
che sia uno fra i posti più turistici di bangkok, ma è davvero fantastico!
Così tanto che convinciamo
tutto il gruppo a tornarci per cena!
Quindi affittiamo due
quattro taxi e, come al solito, noodle per tutti!
Poi c’è chi si perde
nuovamente in questa via, chi preferisce andare a Pat Pong, come Alessandro, che
comprerà un meraviglioso Rolex, per ... 12 euro!, regalandomi l’espressione più
circospetta che io abbia mai visto ad un ambulante!!!
26.08.2006 – Sabato – 26°
giorno
Bangkok
Oggi è davvero l’ultimo
giorno, e voglio davvero sfruttarlo fino in fondo a costo di massacrarmi e di
dormire ogni tratta aerea!
Ci ritroviamo alle 6:30 per
la colazione, poi prendiamo subito un taxi per il Lumphini Park, così chiamato
per ricordare il luogo natale del Buddha in nepal.
Questo è il parco più esteso
e più conosciuto di Bangkok, la gente viene al mattino per praticare sport, le
arti tradizionali, o anche solo una classica e salubre passeggita; dentro al
parco potrete vedere di tutto, dai medici che provano la pressione e fanno
l’estrazione del sangue, ai bimbi in abito nero con il dragone gialloricamato
sulla schiena che si allenano alla Thai Box, o, se avrete fortuna come noi, un
incontro di allenamento, allievo – maestro.
Passata quell’oretta al
parco, iniziamo il nostro giretto dei templi, vicino al lungo fiume.
Visitiamo il Lak Meuang, il
pilastro della città, un santuario dedicato allo spirito protettore della città
di Bangkok, il famosissimo Wat Pho, il più antico tempio di bangkok, famoso per
l’enorme Buddha disteso e per la sua scuola di massaggio.
Diamo una veloce occhiata ai
rari negozi – abitazioni di epoca Ratanakosin e poi ci portiamo sul lungo fiume
per attendere il battello che fa la spola ogni cinque minuti da una riva
ll’altra del mae Nam Chao Phraya, per visitare il Wat Arun, una delle più
straordinarie prang di Bangkok, in stile hindu con influenze khmer; forse il
tempio più conosciuto di Bangkok, visto che è ritratto in ogni depliant di
viaggio...
Ci portiamo al Grand Palace
e al Wat Phra Kaew, dove Riccardo e Marco cercano di coprire le gambe in
qualunque maniera, addirittura con il pile, per poter accedervi!!!
Il Wat Phra Kaew è uno
splendido ed elaborato esempio di architettura religiosa della capirale.
Velocemente passiamo di
fronte all’università e galleroa d’arte Silpakorn, alla Siam City Bak per
correre al mercato degli amuleti, cheresterarà solo un miraggio letto nella
Lonely, visto che abbiamo visto solo polli, zampe di gallina e noodle, ma di
amuleti nemmeno a parlarne!
Visitiamo velocemente il Wat
Mahatat e diamo un’occhiata fugace alla Thammasat University, per poi portarci
con dei freschissimi tuk tuk, al Golden Mount, dove possiamo scorgere Bangkok in
tutta la sua straordinaria e confusa bellezza.
Scendiamo e ci portiamo al
Marble Wat, ma dopo questa delusione, decidiamo che è venuta l’ora del mercato,
il Chatuchak Weekend Market!
Conosciuto in lingua thai
come Talat Jatujak, è davvero la Disneyland dei mercati thailandesi; pensatec he
il sabato e la domanica ci sono circa 8672 bancarelle, con più di 200000
visitatori; qui si può davvero torvare di tutto, dai capi di abbigliamento thai,
agli strumenti musicali, agli amuleti religiosi, alle banconeote contraffatte di
ogni nazione che vi possa venire in mente, anche già scomparsa, piatti, padelle,
posate, spuntini gustosi e improvvisti come le locuste e le falene,
massaggiatori davvero a buon prezzo, sportelli banvcimat, frutta e verdura, una
specie di trenino che fa la spola nelle viuzze al suo interno, completamente
gratis, musica, balli e danze e per finire, ma sicuramente mi sono dimenticata
tutto il mondo, ogni tipo di animale e cucciolo che vogliate comprare o anche
solo vedere, lì c’è!
Dopo aver assaggiato di
tutto, e dopo un sano massaggio ai piedi, io e Claudia raggiungiamo gli altri al
centro commerciale, iniziando così il processo di occidentalizzazione; ... forse
ci siamo fatte prendere un pò troppo la mano, ci facciamo addirittura fare i
capelli!!!
Poi è ora di tornare; una
sana doccia e poi l’aeroporto, con i nostri zaini e un sacco di meravigliosi ed
insoliti ricordi, un pò cambiati e con la tristezza del ritorno.
27.08.2006 – Domenica – 27°
giorno
Bangkok – Cairo – Hurgada
- Italia
Partiamo in orario, con la
confusione dei ricordi che ci affolla la mente, ricchi di nuove sensazioni e di
nuove cose da raccontare, arricchiti di una nuova esperienza, stanchi, provati,
ma carichi.
Non ci resta che salutarci e
darci appuntamento al raduno, a fine mese.
Appassionatamente!
Il vero viaggio è nel
gustare l’attesa del momento, nelle sensazioni che ti accompagnano nel tragitto,
il mezzo di trasporto, la gente, i luoghi e gli odori che solamente si
transitano.
Il vero viaggio è lì...E poi
si arriva!